1973: dovevo ancora compiere diciassette anni. Praticamente un ragazzino. Quando passavo sotto i portici, con i miei libri sottobraccio, e arrivavo all’altezza del bar c’era sempre lei. Mi guardava e io la guardavo. Era bellissima ma troppo grande per me, ero certo che non avrei mai potuto conoscerla meglio. Ogni giorno passavo e la vedevo sempre più bella: jeans a zampa d’elefante, minipull aderente e quei bellissimi capelli biondi che le scendevano fino alle spalle. 
Un giorno, passando davanti al bar lei non si limitò a guardarmi ma mi fece un sorriso e disse: “Ciao pivello”. Ero contento che dagli sguardi fosse passata al “ciao”, ma la parola “pivello” mi aveva distrutto e pensai: “Non ci sarà mai niente tra noi. Per lei sono troppo giovane, è abituata a veri uomini, gente con la moto, con la macchina. Ragazzi grandi che, se hanno voglia, la portano in giro per farla felice. Io cosa posso fare: a volte non ho neppure i soldi per comprare le sigarette”. 
Comunque, il giorno dopo il “ciao pivello” ripassai dal bar. Lei era lì, come sempre: “Ciao, ti stavo aspettando” mi disse sorridendo. “Hai una sigaretta? Hai voglia di fare due passi con me? Lo sai come mi chiamo? Io so che tu ti chiami Stefano”. 
Una serie di sue domande a raffica che mi sconvolsero. Tirai fuori il pacchetto di sigarette e gliene offrii una. 
“Certo che so come ti chiami. Ti chiami Paola. Conoscono tutti il nome della ragazza più bella del quartiere” le dissi. 
Lei mi sorrise e e mi prese sotto braccio: “Vieni facciamo due passi insieme”. 
Ero felice e stupito di quello che stava accadendo. Stavo passeggiando sotto i portici con la ragazza più bella della zona. Cosa volevo di più dalla vita.
“Scusa, ma tu come fai a sapere come mi chiamo?” le chiesi.
“Mi piace vederti quando passi davanti al bar e, allora, ho cercato anch’io qualche informazione. Ho sbagliato?” mi disse Paola.
“Hai fatto benissimo. Da ‘pivello’ mi sembra strano che una ragazza come te chieda informazioni su di me”.
“Sei un ‘pivello’ che mi piace, cosa ci posso fare?”.
Poi, all’improvviso, si fermò e mi disse: “Da domani non sarò più al bar e, quindi, se passi di lì non mi vedrai”.
Di colpo, dalla gioia passai ad una assoluta depressione, “Perché?” le chiesi.
“Da domani comincio a lavorare in uno studio dentistico. Se vuoi puoi venirmi a prendere quando esco e accompagnarmi a casa. Dopo cena ci possiamo vedere nel bar dove va mio fratello. Vuoi?”
“Certo che voglio”. I passaggi della tristezza alla gioia erano velocissimi.
“Quanti anni hai?” mi chiese.
“Diciotto” le dissi mentendo.
Poi lei mi prese per mano e, avvicinandosi teneramente al mio viso, mi sussurrò: “Perché non mi dai una bacio?”.
Eravamo in una via affollatissima, decine di persone ci passavano a fianco, ma noi ci sentivamo isolati dal resto del mondo. Ci fermammo in mezzo al marciapiede, lei mi strinse a sé, io le presi il viso tra le mani e la baciai. Era il nostro primo bacio. Un bacio che non dimenticherò mai.
Quel giorno iniziò la nostra piccola grande storia d’amore. Tutti i pomeriggi, alle sei, andavo a prenderla al lavoro. Lei, quando scendeva dallo studio, mi dava un bacio mentre nella mano destra stringeva una sorpresa per me. Erano oggettini in resina che lei realizzava: un cuore, le nostre iniziali, una figura di una ragazza e di un ragazzo che si tengono per mano. Poi, stringendola forte, l’accompagnavo a casa e ogni venti metri ci fermavamo per baciarci.
Alla sera ci vedevamo al bar dove andava suo fratello che, nel frattempo, si era messo assieme alla migliore amica di Paola che si chiamava Luana. Noi quattro, seduti ad un tavolino, bevevamo una Coca, chiacchieravamo felici e ascoltavamo la musica che usciva a tutto volume dal juke box. Serate felici, anche se io non vedevo l’ora che arrivassero le undici per riaccompagnarla a casa e fermarci in un vicoletto buio che era diventato il posto migliore per iniziare a conoscere i nostri corpi. In piedi, appoggiati ad un muro, le mie mani si infilavano sotto la sua maglia, dentro i suoi jeans, mentre lei mi accarezzava piano. Non sentivamo il freddo di quelle serate d’inverno e non avevamo paura che potesse arrivare qualcuno. Dovevamo amarci e quello era l’unico sistema che avevamo.
Spesso, alla domenica, uscivamo con suo fratello e Luana. Lui, che aveva già vent’anni, era l’unico che aveva la macchina e, allora, andavamo a fare delle gite sulle alture della città. Eravamo quattro ragazzi felici e ci bastava poco per stare bene. Ci bastava solo stare insieme.
Un giorno Paola mi disse: “Luana mi ha detto che domenica i suoi sono fuori città tutto il giorno e ha la casa libera. Mi ha chiesto se vogliamo andare da lei”.
Una casa, una stanza per noi, un divano o forse un letto: iniziai a pensare a quello che probabilmente sarebbe successo e per qualche giorno non pensai ad altro. Chiuso nella mia stanza, invece di studiare, continuavo ad ascoltare due canzoni: “Nascerò con te” dei Pooh che in una strofa dice “…la prima volta l’amore in casa mia, senza quasi conoscerci…” e “La prima volta” di Claudio Baglioni.
Finalmente, la domenica arrivò. Alle due di pomeriggio ero davanti alla porta di Luana. Suonai e Paola arrivò immediatamente ad aprire: “Benvenuto amore mio”.
Entrai nell’appartamento e vidi che le tapparelle erano leggermente abbassate e creavano un ambiente dalla luce soffusa: “Luana e tuo fratello?”.
“Ora è meglio non disturbarli. Da mezz’ora sono chiusi nella stanza di Luana. Chissà cosa stanno facendo…”.
Quella battuta maliziosa mi fece sorridere, l’avvicinai e cominciai a baciarla. Dopo pochi secondi eravamo sdraiati sul divano in salotto. Cominciai a spogliarla: prima la maglietta, poi i jeans, poi la biancheria intima. Era la prima volta che la vedevo completamente nuda: sapevo che era bellissima ma, in quel momento, mi accorsi che quello che avevo immaginato sino ad allora era davvero realtà. Il suo corpo era perfetto. Seno, fianchi, glutei, gambe: tutto sembrava un quadro di un grande pittore. Era la prima volta che eravamo tutti e due nudi ed era la prima volta che facevano davvero l’amore.
Alle quattro Luana dalla sua stanza urlò: “Possiamo venire in salotto?”. Ci vestimmo in fretta e quando Luana e il fratello di Paola arrivarono in salotto scoppiammo tutti e quattro in una risata. Rossi in viso e con lo sguardo sconvolto eravamo davvero felici.
Da quella domenica cominciò davvero il nostro piccolo grande amore. Ci vedevamo ogni giorno, andavo a prenderla quando usciva dal lavoro, di sera stavamo al bar con gli amici e nel fine settimana andavamo a fare delle gite fuori città. Era tutto davvero meraviglioso.
Poi arrivò il mese di giugno e per me finì la scuola. Al pomeriggio non dovevo più studiare e cominciai a frequentare il bar dove Paola ed io ci vedevamo ogni sera. Nel bar stavo con gli amici, ascoltavo la musica del juke box e aspettavo l’ora di andare a prendere Paola sotto lo studio.
Un giorno, però, tutto cambiò all’improvviso: nel bar arrivò Patrizia, la nipote di Nino, il gestore del locale.
Patrizia era bellissima. Completamente diversa da Paola: capelli neri e corti, occhi azzurri, alta e con gambe lunghissime.
La notai immediatamente, ma non feci nulla per attaccare discorso. Fu lei, invece, che dopo qualche giorno si avvicinò a me: “Posso sedermi al tavolino con te? Ci sono dei vecchi che mi tormentano e non ho voglia di stare con loro”. Ogni pomeriggio stavamo insieme. Parlavamo, ci guardavamo e i nostri corpi, piano piano, si avvicinavano sempre di più. I clienti del bar ci guardavano curiosi, sapendo del mio legame con Paola, ma tra me e Patrizia, in quei giorni, c’era solo un rapporto di amicizia, forse un po’ troppo spinto.
“Andiamo a fare un giro, non ho voglia di stare nel bar. Siamo in estate, fa caldo e si sta meglio fuori” mi disse Patrizia, dopo una decina di giorni che ci frequentavamo.
Io, da perfetto imbecille, accettai l’invito. Uscimmo dal bar e cominciammo a girare per la città. Furono in tanti a vederci insieme e, tra le tante persone, ci vide anche Luana.
Durante quella passeggiata Patrizia ed io ci tenemmo per mano, ci baciammo diverse volte e, seduti su una panchina del parco, ci accarezzammo a lungo.
“Scusa Patrizia, ma io e te non possiamo metterci insieme. Sono innamorato di Paola e oggi ho fatto l’errore più grande della mia vita”. Lei mi guardò, si mise a piangere e scappò via.
Era l’ora di andare a prendere Paola. Avevo vergogna di me stesso. Ero un essere ignobile. Come avevo potuto fare una cosa simile? Arrivai sotto lo studio dove lavorava Paola e mi accesi una sigaretta. Cercai di rilassarmi, ma quello che avevo combinato nel pomeriggio era davvero incredibile. Come avevo potuto tradire il mio primo amore? La prima donna della mia vita?
Poi Paola arrivò. Aveva gli occhi gonfi. Le lacrime le scendevano sulle guance. “Vattene! Vai via! Non ti voglio più vedere. Mi ha telefonato Luana e mi ha raccontato tutto. Mi ha detto di te e Patrizia. Non dovevi farmi questo. Non voglio vederti mai più. Mai più!”.
Provai ad avvicinarmi, ma Paola mi allontanò: “Non mi toccare. Vattene! Non cercarmi mai più”.
Restai immobile sotto i portici della piazza. Mi rendevo conto che avevo fatto un errore a cui non potevo rimediare. Avevo perso il mio piccolo grande amore e sapevo che non lo avrei ritrovato mai.
Dopo un po’ rientrai a casa. Ero disperato. “Fra poco è pronta la cena” mi disse mia madre. “Non ho fame ma’, vado in camera mia. Stasera ho mal di testa”.
Mi chiusi in camera, al buio, e tornai a pensare alla cazzata enorme che avevo fatto. Capivo che non c’erano soluzioni. Dovevo cominciare a vivere un’altra vita, ma continuavo a chiedermi come avrei potuto farlo senza Paola.
Intorno alle nove di sera suonarono alla porta. Mia madre arrivò in camera mia: “C’è il tuo amico Rudi che ti cerca”.
Corsi nell’ingresso, con la speranza che Rudi mi dicesse qualcosa di Paola: “Vestiti coglione, dobbiamo andare subito in ospedale. Patrizia ha ingoiato un tubetto di sonniferi per colpa tua”. 
Ero sconvolto. Rudi, con la sua 500 nera, mi portò al Pronto Soccorso. Restammo nella sala d’attesa ad aspettare notizie di Patrizia. Che giornata di merda, quanti casini ero riuscito a fare?
Dopo un’ora una porta del Pronto Soccorso si spalancò ed uscì la barella dove era sdraiata Patrizia. Le avevano fatto la lavanda gastrica, era pallidissima me sempre bellissima. Mi avvicinai e le presi una mano: “Ho fatto questa cazzata per colpa tua. Mentre vomitavo l’anima ho capito che abbiamo sbagliato tutti e due. Mi sono innamorata di te ma non dovevo fare quello che ho fatto. Tu stai con Paola e sei innamorato di lei. Hai sbagliato quel giorno, non dovevi uscire con me. Paola non si merita quello che le hai fatto. Ti ringrazio per essere venuto subito in ospedale, ma questa è l’ultima volta che ci vediamo. Non verrò più nel bar perché non ti voglio vedere mai più”.
Le accarezzai una guancia e tornai da Rudi che mi stava aspettando in macchina: “Portami a casa, per favore. Oggi non ce la faccio più. Ho fatto troppi casini. Sono davvero un cretino”.
Rudi non disse una parola durante il tragitto, soltanto quando arrivammo davanti al portone di casa mia cominciò a parlare: “Dai Ste, non te la prendere. Da domani devi cominciare una nuova vita. Ci vediamo al bar”.
“No Rudi, credo che al bar per un po’ non ci vedremo. Hai ragione, devo cambiare vita ma ho bisogno di un po’ di tempo e capire perché ho fatto un errore così grave”.
In piena estate restai chiuso in casa per diversi giorni, poi, per fortuna, mio cugino Lucio mi invitò a passare il mese d’agosto nella sua casa di montagna. In quella vacanza la mia vita cambiò davvero, ma Paola e Patrizia non le vidi mai più.

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