Vedi
come sarebbe bello stare seduti su una panchina in fondo al molo.
Stare lì, anche in silenzio. Vicini.
Guardare l’orizzonte e pensare che è più di vent’anni che,
in un modo o in un altro, stiamo insieme.
Nessuno capirebbe tutto questo. Nessuno.
Forse neppure noi lo sappiamo.
9/6/21
L’odore delle colline
Che senso ha studiare la tua naturalezza,
il tuo alienante riservo,
la tua pratica sregolatezza?
Chissà se quel figlio era veramente tuo?
Ora, il tuo corpo affonda
nell’incomprensibile spettacolo dell’aldilà,
ma restano le parole come messaggio
e si lacera la tua solitudine
in pensieri dolenti
che fanno criticare la notte.
Sai, il Tanaro continua a danzare nel suo letto,
lo vedo, e lo sento in me, quando vado in collina,
quella collina che tu amavi
e che hai tradito nella tua ultima notte di lavoro.
Ma, di allora non è rimasto quasi più nessuno.
Non c’è neppure Belbo,
ha tanto abbaiato in quelle ultime sere d’estate;
ormai vecchio, ha girovagato a lungo
per i boschi del ’43;
non ha neppure ritrovato i muschi
che avevi lasciato per scoprirli
e farli scoprire, diversi.
E quella povera vecchia,
forse, avrebbe desiderato una tua parola,
restarti accanto e sentire, qualche volta,
un tuo sibilo dolce.
Povera vecchia:
hai preferito essere eroe e personaggio inutile
piuttosto che dedicarti a lei.
Pablo, invece, ha ripreso a suonare la chitarra;
certo, non ha più la fantasia di un tempo,
così come ha perso la voglia di salire sui camion.
Ora, anche lui ha lasciato il paese,
si è fermato a Torino
ed insegna ai ragazzi come sono le donne.
Se può interessarti,
Cate è tornata dalla Germania,
forse avresti preferito che fosse rimasta nel freddo,
così da non avere rimpianti
per le tue ragazzate
lasciando al tempo l’ingrato compito
di decidere sul suo nome.
Povero bambino,
sarà davvero tuo figlio?
Ma dimmi, quante volte hai sentito l’odore delle colline?
Adesso è più forte,
si sente già da lontano.
Dal fondo della strada già s’intravede
la dolcezza del bosco,
si ascolta il primo vociare della piazza
e si osservano nitide le prime ombre della solitudine.
Che mestiere triste essere soli:
non hai neppure il tempo di pensare a un qualcosa
che già la mente si affolla senza ragione.
Che situazione eroica la solitudine,
basta l’abitudine
per diventarne padroni.
Al confino si è cambiato costumi.
Stefano, l’ingegnere, è tornato laggiù;
ha fatto un bagno in quel mare ed ha rivisto Elena.
Non era diversa, soltanto più vecchia;
è bastato poco
e nella stanza si è sentito, di nuovo,
il rumore di quelle notti.
E poi, quei poveracci.
Adesso, lassù nei paesi,
non bruciano più fienili
e le sorelle si possono truccare;
anche a loro è concesso di maneggiare i forconi
e nessuno perde dal collo la propria gioventù.
Che ne è stato di Dino,
di Corrado,
di Talino,
di Giannino;
che fine hanno fatto Amelia,
Ginia,
Guido e Clelia;
cosa è successo a tutti gli altri?
Forse, sono morti con te
la sera del 25 Agosto
in quell’albergo di Torino.
(S.D. a Cesare Pavese)
11 Ottobre 1977
Uomini senza Patria e senza Dio
Adriano è andato in galera
con lui Ovidio e, presto, anche Giorgio.
Fieri, dignitosi,
con lo sguardo alto, verso chi li osserva.
Solo chi li accusa è rimasto a vendere “crêpes”
sotto la pioggia della Lunigiana.
Ha un nome,
ma non lo voglio pronunciare,
solo il pensiero mi provoca un intenso disagio.
Restiamo a guardare
e tutto ci sembra assurdo.
Tutto è stato celebrato ormai.
Condanna definitiva
per un assassinio vecchio di venticinque anni.
Luigi, eroe di stato.
Marito, padre,
uomo esemplare.
Ora, tre ragazzi che nel ’68
hanno provato a cambiare qualcosa
sono dentro.
Finalmente, qualcuno si è vendicato:
la loro rabbia è imprigionata,
presto nessuno si ricorderà di loro.
Ma un nome ricorre nel mio pensiero:
Giuseppe Pinelli.
Aveva solo una colpa: era anarchico.
Chissà se quel giorno che è volato giù
dalla finestra della questura
aveva una donna e dei figli che lo aspettavano.
Lui non è un eroe di stato.
Non è mai stato un marito
né un padre esemplare.
Era solo un anarchico,
senza Patria e senza Dio,
non ha senso celebrarlo.
E’ volato giù da un balcone senza un perché.
Povero Giuseppe,
non ha mai smesso di soffrire.
Ora tre uomini lo accompagnano
in questa stupida faccenda
che, fra qualche anno, nessuno più ricorderà.
I nomi di Adriano, Ovidio e Giorgio
verranno sepolti,
come è stato sepolto quello di Giuseppe Pinelli.
Tutti uomini senza Patria e senza Dio.
(S.D. 25/1/97)
Bomba
La bomba non è materia,
è il rifiuto all’obbligo che opprime.
La bomba non è corpo che uccide,
ma ideale da raggiungere
per abbattere ciò che divide.
Noi siamo bomba
finché, col pensiero,
rifiuteremo i soprusi
e la prepotenza dei potenti.
( S.D. 21/12/97 a Giuseppe Pinelli, ucciso il 15/12/69)
La settima onda
I nostri sguardi corrono
come onde lunghe sul mare.
Ricorda che la settima è sempre la più forte.
I nostri occhi scrutano
e cercano d’incontrarsi,
ma non c’è tempo da perdere,
forse già domani sarà troppo tardi.
(S.D. 27/7/99)
Riflessioni (di altri)
Poi uscimmo a pranzare e m’accorsi che in fondo a una strada era vuoto, sembrava il cielo visto dietro una collina. Era quello – un colore leggero. “Tanto basso?” pensai. Mi stupiva la gente che andava e veniva e nemmeno guardava laggiù. “Com’è la gente, – mi dicevo, – non lo sanno di vivere a Genova”.
(da “Il compagno” di Cesare Pavese)
La durezza di questi tempi non ci deve far perdere la tenerezza dei nostri cuori…
(Ernesto “Che” Guevara)
Se un uomo non ha il coraggio di rischiare per le sue idee,
o le sue idee non valgono niente o non vale niente lui.
(Ezra Pound)
Motto sul portale del civico 26 di Via Luccoli a Genova:
“Sumptus Censum non superet”
ossia: “La spesa non superi il reddito”
Per strada tante facce
non hanno un bel colore,
qui chi non terrorizza
si ammala di terrore,
c’è chi aspetta la pioggia
per non piangere da solo,
io son d’un altro avviso,
son bombarolo.
…………………….
Vi scoverò i nemici
per voi così distanti
e dopo averli uccisi
sarò fra i latitanti
ma finché li cerco io
i latitanti sono loro
ho scelto un’altra scuola,
son bombarolo.
(da “Il bombarolo” canzone tratta dal disco di Fabrizio De Andrè “Storia di un impiegato” 1973)
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi –
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.
(Cesare Pavese)
Still crazy after all these years
Ancora pazzo dopo tutti questi anni
Ho incontrato la mia vecchia amante per la strada
La notte scorsa
Sembrava contenta di vedermi, io sorridevo soltanto
E abbiamo parlato dei vecchi tempi
E abbiamo bevuto qualche birra
Ancora pazzo dopo tutti questi anni
…
Ho incontrato il mio tipo d’uomo che tende a socializzare
Sembra che mi appoggi ai miei vecchi modi familiari
E non vado matto per canzoni d’amore
Che mi sussurrano all’orecchio
Ancora pazzo dopo tutti questi anni
…
Io non sono gli anni
Quattro di mattina
Sfinito, sbadigliando;
Desiderando che la mia vita se ne vada via
Non mi preoccuperò mai, perché dovrei?
E’ tutto destinato a svanire.
Ora mi siedo alla finestra e guardo le macchine;
Temo che farò qualche danno un bel giorno,
Ma non sarò giudicato da una giuria di pari
Ancora pazzo dopo tutti questi anni
(Paul Simon, 1975)
Riflessioni (mie)
Potevo anche restare seduto a guardare che il mondo mi passasse attorno. Non avevo alcuna voglia di cercare un motivo di questa svogliatezza. “Gli anni!” – pensavo. Tutto era monotono. Stancamente mi lasciavo scivolare addosso i giorni, gli eventi, le situazioni. Ogni tanto arrivava un sussulto: la politica, le ingiustizie, il lavoro. “I sogni sono finiti” mi dicevo, alla sera, mentre chiudevo la porta di casa. Non c’era più nulla in cui sperare: solo il passare dei giorni senza attese in cui confidare.
Sono passate soltanto poche ore e mi chiedo come potrò resistere tanti giorni. Povero vecchio coglione cosa ti sta capitando?
Nulla è cambiato: “Quando smetterò di sognare sarò vecchio davvero!”
Solo allora potrò accettare una realtà diversa.
Versi di poesie.
Strofe di canzoni.
Frasi di romanzi.
Immagini di film.
Citazioni e filosofia di strada.
(estate 2002)
Nulla posso chiedere se non mi appartiene.
Nulla posso pretendere se non ho niente da offrire.
(autunno 2002)
Avrei dovuto capire che non aveva senso: nulla posso chiedere se non mi appartiene.
Tutto doveva chiudersi in un momento triste: nulla posso pretendere se non ho niente da offrire.
Illuso come un bambino, deluso come un povero vecchio.
Tutto torna alla normalità, non ci sarà più una voce, un sorriso, un pensiero a riempire i miei giorni.
(autunno 2002)
Giorno di silenzio: noia e ore passate a frugare in un mondo virtuale.
Silenzio e inutile attesa, nella speranza di qualcosa che non può arrivare.
Noia, senza prezzo, a sprecare minuti che mi restano per completare un sogno.
Triste presentimento che un mondo artificiale si stia appropriando del mio esistere,
senza darmi il tempo di arrivare in fondo al percorso segnato.
(autunno 2002)
Quando avrò il tempo, la voglia o la capacità, scriverò di un sogno e, forse, ci sarà qualcuno che riuscirà a riconoscere in quelle parole la storia di una vita. Ci saranno fatti e personaggi. Strade e città. Emozioni che si rincorrono in giorni ansiosi di età che sfugge. Ci saranno volti amati ed altri scomparsi nell’attimo di un pensiero. Un giorno scriverò di un sogno. Un giorno scriverò, quando avrò il tempo. Un giorno scriverò…
(autunno 2002)
Luce
Nuvole dense,
nere e gonfie di pioggia
violenta e cattiva,
nel suo abbattersi
su chi fuori attende
in paziente e silenzioso abbandono
il triste scorrere del tempo.
Uno squarcio di luce filtra.
Un raggio di sole s’insinua
tra gli ammassi grigi del cielo.
Luminoso fascio
che accendi uno sguardo fisso nel vuoto.
Luce di giovani occhi attenti,
fertile intelligenza,
nel curiosare la vita.
Giovane donna
che laceri uno schermo bianco
appannato di noia.
Sorrisi e sguardi
che s’inseguono in ore
troppo veloci.
Mani che s’incontrano
e si stringono
per soddisfare un innocente desiderio
Giovane donna,
raggio di sole e vita.
(S.D. 22/11/02)
Perché tu non ci sei…
Perché tu non ci sei…
Perché tu non ci sei…
(inverno 2002)
Avrei potuto fare mille cose
Avrei anche scritto parole
Avrei cambiato la mia vita perché nulla cambiasse
Avrei di sicuro cancellato ogni rancore
Avrei fatto tutto in cambio di poche ore
È bastato che il vento iniziasse a soffiare più intenso
Per fare volare tutto lontano
Cancellando per sempre una lunga illusione
(S.D. 26/01/03)