Carlo Timpani
Carmen
Or la potente anima
error non intenda e non avveda,
sol che legata a quello Spirito
che a volte sorge imbruno.
Ma a quel condotto il lume stremo,
fu come una spiaggia scoperta.
Nel retro stremo colle ove Maestro mio
scacciato ebbe la pioggia insana, finta saggia.
E rimirai e restai trascinato fin quivi,
ammirando la luce
che triste poeta conduceva al lume.
Pensar al cammin vecchio, a costui,
chiaro non conviene.
Li al superno equatore
ove si parte e ove di ritorno lì vive.
Fa meno vergogna scorgere muoversi quella nave,
che pare soave or ch’io giunsi in fine di questo sentiero.
Ed ogni parola detta a ciascun dei prevaricatori,
non più negligente appare nella pensosa mente.
Angosce e pene dalle labbra mie giunte,
conobbero martiri che buon sospiri aggirarono in grazia viva.
“poeta venisti col tocco d’Iddio
con l’anima roca ma in fede devota”.
D'immortale
Riarsa, terra di un fuoco divampante nel vomito del mondo.
Speranze crogiolanti con i pensieri di vita nostra,
che apatica chiede la rovinosa morte al piè di un monte,
che fin tanto fu silvestre,
ispirato ebbe una mente devota ad una triste pena.
Pur se ignaro il cuor canterino dovette inchinarsi
alla verità della quale la vita era ignara.
L’idea immortale che la mente depenna
all’effluvio di un feretro.
Il fante e la Principessa
Com’il gelso cadente di petali, di odor del suo calice,
gioioso fu il momento in cui cadetti nelle braccia tua.
Agli occhi scender di lagrime e al bacio sfiorar le tue labbra,
fredde d’un gelido mattino, soavi di un calore d’amor.
Vitti la luna e le stelle illuminar del corpo tuo,
l’animo cadente a la morte, ferita d’un guaito,
stesa d’una blandizia.
Sol le persone d’un onore e d’una grazia gridan presto all’amor,
sol chi pensieri solca il gracile tintinnio d’una poesia.
Protesi giù al tronco del ciliegio grondante,
protesi giù onor scemante a la sera mitigata e a la notte pensante.
Di un soffio portar via il mio sangue,
scendente la collina col spirito di un labiato fante,
col spirito de la notte cadente su li iridi nostri.
Quando al svegliar de la mattina, troncò un tuono il ciel,
che di una vita soffocante divenne errante per il nostro amor,
sciamato per un ciel più retto, per una via più irreprensibile.
Lì li corpi nostri emigrarono d’un mondo di fame,
cadendo d’un colpo all’eremo su del paradiso.
Le vostre poesie
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