Marcos C. Savor
Penso
Penso di aver pagato abbastanza
i miei errori infantili,
e penso anche di non essere stato
l’unico a commetterli.
Penso che non è possibile
costringere nessuno ad amarmi,
che l’amore esiste indipendente,
o nient’altro è che un idea impalpabile.
Penso che non esistono teoremi,
leggi, azioni o comportamenti,
che possano regolare
i gradini di una storia.
Penso che sarebbe giusto
ritornare a vivere e a sperare,
che sia di tutti il diritto
di scegliere chi amare.
Penso che ho sofferto a sufficienza
e che è una droga, per me, scrivere di te,
droga che uso per curarmi le ferite,
per arrestare l’emorragia.
Penso che è tardi,
che sono stanco.
Penso che un po’ mi manchi,
ma che ho già pianto.
Penso ai tornanti di Ermione,
ai nostri cani,
a quando parlavamo,
stesi nel letto, di un domani.
Penso al calore di Zanzibar,
alla spiaggia bianca, immacolata.
Penso alle stelle e
a quando, quella mattina, te ne sei andata.
Penso alle carezze a ai mille baci,
ai rimorsi e ai rimpianti,
alla bocca e agli occhi.
Penso a quanto eri bella.
Penso che rinuncerò per un po’ alle tue poesie,
ti abbandonerò, musa.
Ho bisogno di disintossicarmi.
Di te non scriverò più.
Ora capisci, fratello
Ora capisco, fratello,
quando la mattina tremano le mani;
quando il cuore, sempre meno quieto,
corre come un treno impazzito.
Ora sò, fratello,
quando cerco rifugio nell’alcool,
convinto che mi aiuti,
erroneamente sbagliando,
a lenire un dolore latente, ingannevole.
E anche adesso, proprio ora,
ora che grido al cielo tutta la mia rabbia,
ora che il terrore mi divora interamente,
ricevo il tuo di grido,
che, inesorabile, mi scuote.
S’abbandona l’anima del poeta
al tuo severo giudizio,
che dilania, ma che è sincero.
Non per la mia poesia,
solo per la sua natura.
Ma ora sai, fratello
chi sono davvero.
Ora sai!
Di quanto dolore e
di quanta rabbia si nutre la mia vita
che per te
non e’ mai stata celata.
Le vostre poesie
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