Sabrina M.
2 febbraio 2003.
Immersa nella brulicante Vita, con le strade della metropoli sovraffollate o talvolta deserte, con il continuo viavai di gente, amici che si trovano o che si perdono, sfogando emozioni e felicità e rabbia e amore (se si è abbastanza fortunati), passo su questa terra con te al mio fianco, tenendoti per mano, stringendoti il braccio o poggiandoti la testa sul petto.
La tua presenza nelle mie giornate (presenza anche quando non siamo insieme, presenza incondizionata e perenne) è essenziale, anche quando il mio piccolo corpo dolorante per il mal di pancia è avvolto nella trapunta bianca che mi occulta quasi del tutto mentre sto qui a scriverti e non vengo avvicinata dalle indaffarate vite che continuano a pulsare fuori da questo appartamento, e che scorrono tra feste, bevute, o sere solitarie in preda alle tristezze, come in ogni parte del mondo.
Eppure io e te esistiamo, stiamo da anni su questo mondo, dove viviamo nei nostri metri quadrati di cemento e mattoni; e tu stai lì ora, nella tua cammmmera, nel mezzo della mia vita, e io osservo il trascorrere del tempo, trattengo nella saggezza del silenzio ogni opinione, ogni fola dettata dal mio smisurato Amore per te.
Sto qui a ripensarti, e mi sembrano passati tanti anni da quando mi è arrivato il messaggio che diceva che eri finalmente rientrato nei tuoi dieci metri quadri di cammmmera, e forse ora sei già sotto le lenzuola, al caldo, o forse leggi questa mail. Sono assorta nei bellissimi ricordi della giornata e della tua presenza al mio fianco. Il resto non conta più. Alessandro al centro di tutto, e io con la mia saggezza nascosta sotto la trapunta bianca.
Queste giornate passate con te, rare purtroppo, troppo rare, mi insegnano che non solo la vita ma anche l’Amore sono un dono di cui bisogna essere grati, come il tempo che mi è concesso di stare con te, quanto esso sia non conta: c’è, mi viene dato, e io ne sono grata a Dio, perché questo è un miracolo. Vivo di ciò di cui vivono i poeti, di sentimento, di sentimento nutrito da te e dedicherò tutte le mie energie alla mia vocazione.
Mi rendi felice, Alessandro. Sono felice, e questa gioia mi squassa come una folata di vento la domenica sul molo di un’isola color cobalto, dove si posano gabbiani come virgole.
E tu stai lì, non così distante da me, che mi sembra quasi di poterti abbracciare o carezzare i capelli o coprire nel sonno perché tu non abbia a soffrire il freddo pungente di febbraio, perché il tuo riposo non venga disturbato, perché ti amo.
19 gennaio 2003.
Non ti chiamo.
Devo scrivere per salvarmi dallo sfacelo.
Potessi io, come donna, salvarmi dai mali della memoria. O quanto meno, porre rimedio ai miei errori.
Che scriverti? Che dirti o chiederti?
È un ordito di fili tirati dal passato e dal presente, colorati e nostalgici i primi, monocromi e straniati i secondi.
Ma la mia voce è calma, spesso protetta dalle cadenze addolcite di quanto nutro per te, che s´infiltra nelle righe pur con mormorii solipsisti e fraintendimenti che s´avviluppano di minuto in minuto.
Sono ossessionata dalle tue parole non meno che dal tuo silenzio, dalla sofferenza che ti ho procurato e dalla delusione che ti ho cagionato; e vorrei capire il motivo di questa oscurità che apparentemente ci è estranea. Incapace di rassegnarmi al silenzio ostinato di cui siamo prigionieri, mi affanno quindi in un´indagine minuziosa, cerco indizi anche minimi, interrogo il Tempo, testimone involontario di questo piccolo dramma. Resto comunque senza sapere, tragicamente all´oscuro, sola.
Questa ricerca di motivi -che pare piuttosto uno scavo nelle gore psicologiche di una affettività sofferente- è in realtà soltanto una parte del grido per una scusa, privo di estetizzazioni e anche senza ipocriti sensi di colpa. Scuse sincere,insomma... quasi di sentimentalismo coloniale, e impacciate. Scuse per l´inopportunità delle mie affermazioni, per l´imbarazzo dei silenzi, per la scostanza e superficialità, per la banalità e la stupidità dei miei atteggiamenti fisici e psichici che raggiungono toni surreali.
Così, balenio notturno, esprimo la mia vocazione di antitesi, non solo strutturale, all´inerzia del reale. Che è come dire, il desiderio di starti vicino pur nella lontananza e in quanto questa lontananza porterà (inevitabilmente) con sé. Con quel filo di malinconia e rimpianto per quanto avrebbe potuto essere, se solo fossi stata all´altezza delle situazioni.
Pervasa come sono da un palinsesto di sussurri a cui non sono riuscita a dar voce in tempo (eh sì, avrei dovuto parlarti prima!), né riesco ora, ciò che la storia presente ha irrimediabilmente alterato -la percezione di noi e del nostro stare insieme-, chiarisce almeno il senso di questa angoscia che mi tiene lontano da te e che è nutrita da questo starti lontano ora. Non ho alcuna speranza di recuperare in modo razionale ciò che di brutto è successo tra noi oggi, non ho speranza di cancellarlo, né nutro una simile presunzione (che trovo tra l´altro errata nei presupposti), ma posso tentare di approfondirne il discanto, che coincide con la distanza che mi ha separato oggi dai miei ideali, l´assenza di suoni, la segregazione della poesia, autentica o immaginaria. E tutto ciò suona come richiamo a un diritto vitale, a una spinta esistenziale: quella di amarti.
Splendido personaggio, Alessandro, splendido davvero. Tumultuoso e vitale, e simpatico. Anche mentre io sto qui intrappolata in questa stanza, circondata dai fantasmi che mi si attizzano contro involontariamente.
Stiamo imparando a conoscerci, a valutare il nostro legame. E ti capisco se forte è la spinta all´altrove. In questi anni ho imparato solo che la vita è un caos inaudito, soprattutto quella sentimentale. Fra una peripezia e l´altra, fra un errore e l´altro, mio o altrui, ho appreso a misurarmi con l´unico obiettivo che posso avere: vivere. Con il solo risultato di essere poco conforme, talvolta spumeggiante, talvolta briosa, talvolta decadente e stanca... Essere all´altezza dei propri ideali non è sempre così facile e senza fatica. Bello sberleffo alla norma! Fragile? Piagnucolosa? Vittima? Accorta? Strategica? Seduttiva? Confusa? Indecisa? (come molte delle donne che hai incontrato e che ho incontrato... come molte delle persone in questa vita?) Di me ti parlo, ma di innocenza adolescenziale? O di proliferazione ineluttabile di problemi? O di inarrestabile fermento? Non lo so. Ma con occhio sgombro da ogni moralismo o sovrastruttura, con cuore libero; questo è sicuro. Sono stata tirata su da una naturalista, e sono una naturalista. Vedo quello che vedo, e se si vede quello che si vede, lo si può accettare. È tutto qui. Non è casuale che ti voglia amare, una volta abbandonati i modelli distorti che mi adombrano, ben oltre quella pulsante fabbrica di sogni che mi sono allestita per il futuro. Tanto più che incombono i dubbi sulla fine della nostra relazione... e non dirmi che non ci hai pensato..., che tu rischi di sparire, di non volere me al tuo fianco, che la crisi può durare ben oltre lo spazio di una notte; perché spesso gli Amori si bruciano per indifferenza, superficialità, distrazione; perché agli Amori bisogna prestarci molta attenzione (cosa che oggi come già altre volte non ho fatto; cosa che talvolta tu non hai fatto). Agli Amori bisogna dedicarsi, e non solo abbandonarsi; e bisogna coltivarli con premura costanza e pazienza. Anche questo ho imparato.
Ci sarà un happy end? Spero di sì. Forse no, forse quello appartiene solo ai film. Ma io posso ancora fare qualcosa. Come dire che ti amo. E che ho sbagliato. Come sempre.
tua
Sabrina
27 gennaio 2003.
“Svegliati Amore!”, ti dirò ogni mattina salutando il giorno che esplode nelle sue vesti celesti.
Un giorno, nel nostro letto, la nostra alcova.
Quanto abbiamo pagato i colori, i silenzi rarissimi e sgomenti.
Ciò che non è richiesto e cresce ha nel donarsi il suo significato. Come l’Amore.
Svegliati Amore, è tempo di levarsi su e vivere, il transito del sole ti saluta. La gioia ti ricorda, se vuoi. Le parole di ferite aperte ti dimenticano, se vuoi.
Amore, come puoi ancora dormire? Da ore sono qui che grido il mio Amore in silenzio.
Sorridi.
Ti coccolo, se vuoi.
Questo gioco vale la disarmata fede di cui vivo.
Possa il mio Amore per te destarsi un’alba nella gola dei merli, uscire dall’abito del sonno, e in forma d’anima rischiarare il tuo risveglio.
Vederti al risveglio è trattenere il respiro, è farlo di nascosto, è tremore del cuore.
Posso stare per ore, giorni, con il desiderio fresco nelle ossa, fino all’ultimo respiro.
S’incrociano tutti appesi, i sogni, i baci, i folli abbracci storti di noi dormienti, il sesso ritto, il respiro profondo.
Ti amo per dettagli, completamente. E mai troppe sono le carezze. Mai troppo il rotolarsi. Mai troppo il desiderarsi. E la tua assenza tra i miei fianchi viene come una strettoia, come una nebbia lenta d’autostrada che da lontano tenta di indicare qualcosa con la mano, come quando si prova a dire la via a qualcuno che viene da fuori e non la trova. Se sbagli chissà dove lo mandi e cosa trova… vorresti voltarti e corrergli vicino e dirglielo veloce il vero. E dirti veloce che ti desidero, e il mio desiderarti in questa giornata è una stria, una certezza, del sesso un prolungato riflesso.
Vorrei dare la tua tinta lattea alla notte, laccarla a caldo. Sciogliermi attorno al tuo torrido sesso, affilato dal calore, affannato dalla fame della pelle. E ululare nella luce plastica dell’Amore che si fa. Leccare le sporgenze e vibrare a onde e colori. Turbinare. Sentirti sprofondare. E piaceri e orgasmi come piovesse, la lucentezza del tuo corpo possente passarmi sopra e venirmi dentro o addosso, se vuoi. E seguire la linea del tuo sesso che spinge per entrare là dove non si dovrebbe (ah ! i moralisti!), un membro turgido che si muove a tentoni nel buio dei miei anfratti e fruga e pulsa e spinge e ansima e sale, e i miei capelli ondeggianti come un filamento di polline sulla superficie di uno stagno. L’orgasmo che ribolle nel sangue e mi incalza tra le cosce. Succhiartelo dolcemente. Essere catturata dall’infinito piacere che mi scorre nelle vene, fra le labbra. Assaporare i corrugamenti e le faglie del tuo sesso. Toccare con mano le pieghe umide dove si nasconde il tuo piacere e sentirlo crescere. Amarti.
Svegliati Amore, ti dirò ogni mattina con il sorriso. Salutando il giorno che esplode e che mi ricorderà gaio di come tu sei esploso, bianco latte che scorre, vulcanico, dolciastro, aroma di te tra le lenzuola.
Svegliati Amore, fai tardi.
Ti amo.
La colazione è pronta.
Dai, su, che devo studiare. Ma puoi portarmi a fare l’Amore, se vuoi.
Dai, svegliati Amore.
Le vostre poesie
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