Carlo Digiovanni

Lassù

Lassù, dove lo sguardo
giunge, se soffia il maestrale,
fino alle Alpi regna il silenzio
lungo e profondo dell'eternità,
e nel silenzio migliaia di voci,
si sente, bisbigliano insieme
con i cipressi fuori la cinta,
come vela sbattuta dai venti,
ansando che tutto è rimasto:
le cime dei monti, le valli verdi
ogni estate, il fondo dei laghi
l'azzurro cangiante del cielo
e i fiocchi di nuvole in corsa,
solo la vita finì...
Dentro, una rondine vola stridendo
timorosa dei piccoli al nido:
ma quel fruscio e quei gridi
non coprono gli urli lontani
dei campi, l'orrore dello sterminio,
suoni gutturali a martello
ribattuti dall'eco del tempo
comandi gridati, risa sguaiate
e latrati di cani rabbiosi
un brivido freddo corre la schiena.
e il cuore ancora sobbalza.
Lassù, su quel poggio,
la vela spezzata volge a una terra lontana
ma sotto migliaia di lapidi,
il nome e l'età di ragazzi immolati alla gloria
del Reich. Lontano, fin dove il cielo
terso chiama lo sguardo,
il sapore del grande silenzio
si stende come un'ala regale:
pace chiede la rondine mite
cibando i piccoli dentro la cripta,
che ad ogni umano conceda
la vita, i sogni e gli amori
che allora la morte rubò.


Ad un amico partito

Sulla via dei ricordi .
non siamo tornati più, noi,
in quell'acqua,
non volevamo ricordare
quanto il mistero ci rubò.
Né più abbiamo acceso i lumi
nel mezzo della notte
sotto una luna piena
vestita di nuvole leggere.
Più non abbiam cantato
lieti d'essere in compagnia:
siamo rientrati nel silenzio
e, noi cheti, il tempo
ci è volato innanzi.
stagioni strappate al calendario
mentre sbiadivano i ricordi
e i sogni si smarrivano
nel languore del tempo.
Sulle criniere nostre due lustri
un velo di bianco che non dà
lumi al quadro ma solo un tempo grigio.
Altri, tanti, smarriti poi
dentro il mistero che ti prese
a noi, impreparati.
Noi non sogniamo più, amico.
ma quando tornano i ricordi
alla memoria imperiosi
ci parlano di te, dei fendenti di luce
gettati sui tuoi quadri, dei limpidi colori accesi
urla silenti di un amato amore,
degli occhi tuoi che miti raccontavano,
ridendo ormai sereni, i tuoi sogni d'artista.


A poco a poco

Inesorabili sono andate le ore,
Passati i giorni scorre ora calmo
il fiume annegato in quel silenzio
di fanciulli solitari,
accolti senza pena in mezzo alla natura:
canta il gallo cedrone
come allora dentro il fogliame,
e volano stridendo le fagiane,
spadroneggia il cinghiale
nel colto e nell'incolto
e stupito ti fissa il capriolo.
Le stagioni degli uomini
Succedono a se stesse
come nei tempi antichi
che cantano Alessandro e Cleopatra,
splende il sole su questa primavera
come migliaia d'anni fa
splendeva sulle donne di Lesbo
ammaliando Saffo la bella
e brilla con infinite stelle
nelle profondità dell'universo
note ed ignote ancora.
Quel che si volle sapere
si conobbe; il pensiero
è rimasto, ed un vago ricordo
di focose brame d'amore.
Ora che il frutto è finito
Il rimasuglio della fiaba
approda a cercare il silenzio
sotto le grandi querce
della lontana fanciullezza.
Passarono brevi i piaceri,
si spensero i desideri.
Anche si son chetate le passioni
che sbattevano le vele.
Un silenzio materno come un grembo
avvolge i pensieri, presagio
del grande irriducibile silenzio.


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