Giampaolo Demontis
E tornavo la mattina presto sfrecciando nelle strade ancora cariche di notte coi riflessi tiepidi dei lampioni ancora accesi ma leggeri sul marciapiede.
L'alba guidava il mio ritorno a casa e di lato la storia di un impero mi osservava passare senza avergli chiesto il permesso. Roma di notte e di mattina presto e l'estasi di stare soli al centro del mondo. La storia di se stessi in mezzo alla storia degli altri che non ci sono e del mondo le cui persiane sono ancora chiuse. Viaggiare nel mattino infante e vedere nessuna macchina e nessuna persona e solo e insieme felice e pensare che Roma forse era fatta per tornare soli e felici al mattino presto. Roma è prosodia bop di quando la sua notte vola senza controllo.
Cercavo sempre di allungare la notte e dilatarne ogni secondo che volava ancora
più veloce. Non era tempo buono da vivere ma da rincorrere e sudare per afferrarlo e viverne il ricordo. Ritornavo a casa colla luna stanca sulle mie spalle morbide di sonno e il Colosseo mi circondava la strada e io circondavo il Colosseo di strada e lo portavo a casa ma non ci stava e lo sognavo intero la mattina a dormire e pensare che forse aveva visto più cose di me e un giorno me le avrebbe svelate. Ritornavo al mattino quando spuntava il sole e la gente dormiva giacente nel sonno consolatore di aver fatto la cosa giusta.
Ma la cosa giusta a Roma non la faceva nessuno perché nessuno sapeva di essere in grado di fare la cosa giusta e di sapere quale era la cosa giusta da fare e perché tutti correvano e correvano e non pensavano a domandarsi verso dove la loro corsa li avrebbe portati e quali fatiche li avrebbero cresciuti e maturati e consumati. E io passeggiavo Roma lento e piano e piano e sapevo che la cosa giusta da fare in quel momento e sempre era quello che stavo facendo e dopo quello che avevo fatto. Le strisce azzurrine di cielo sopra la via tra palazzi alti e tetti dorati di lampioni accesi a farmi strada e compagnia. Il grigio scuro
ombroso della rovina di una città troppo grande per poter essere mai capita arrivava dalla striscia lontana dell'orizzonte e sarebbe stata un'altra triste giornata di fumosa malinconia e caldo marrone di un merdoso affollarsi di uomini unidimensionali corrotti di scarpe e profumi e gare di simboli e consumo di tecnologia sfrenata a parlare di vizi e privilegi. E gli uomini zecca a succhiare il sangue tiepido della società da vomitare al riparo di tetti di santi popolari. Il lastricato vecchio di mille e più anni mi agitava il culo e l'anima e pensavo di essere felice di capire una città troppo grande per essere capita ed essere l'unico erede di un impero.
Ma perché ero solo quando tutto il mondo poteva essere con me? Dove stava la gente che non aveva da piangere? Dormiva forse?
Ero l'unico superstite di vita e vino e di gente cieca di me e di nessuno. Ebbro di vino tornavo con Lucien Mezzanotte che mi accompagnava la strada universo madre e il ritorno a casa era l'onda e il desiderio struggente di stare sulla strada che ondeggiava il mio passaggio. Annegato pensoso discendevo le acque verde-azzurro del Mare Rimbaudiano nel ritorno al conosciuto come ultima sponda. E l'aria fresca e bianca scivolava su di me e insieme a me e andava dove
io andavo senza che glielo avessi chiesto. Mi seguiva e mi faceva compagnia
soffiando nell'orecchio e nei capelli ciò che sarebbe diventato il tempo. E poi il
caldo che sarebbe stato e il colore bruciato del giorno che doveva essere e i miei sonni tranquilli giornalieri senza sentire nessuno sino a quando la luce avrebbe
smesso di inondare la finestra e la stanza. Avrei allora destato il torpore del
sonno e avrei di nuovo pensato a consumare e creare e trasformare e distruggere e ricreare sino a quando qualcuno dell'indomani avrebbe raccolto i cocci della vita di ieri.
Roma è seni enormi generosi
straziati di capezzoli
penzolanti che colano
bianco sangue anemico.
E Roma immensa e lontana nell'orizzonte e io l'ho capita perché l'ho raccolta e poi scaldata e consolata nei sobborghi terminiani e negli sguardi di vita esotica al di là dei treni. e negli odori d'Oriente e Africa e negli occhi di bambini ombra la cui lingua non è la mia ma non importa. Nei gruppi di gente negra e di librai angolo che affollano la Giolitti route e che scivolano silenti ai laziali e dominano lo sguardo e i sensi e l'immaginazione. nei romani bazar d'Oriente di sandali e
suoni e ancora nei suc colorati della Roma razzista di Vittorio e dintorni ormai
deserti. E poi birra nei tavoli di bar freschi dell'ombra notturna di alti palazzi di un tempo a guardare finestre sonnolente e macchine nelle lenzuola e cani insonni e noi stessi e il sole che cresce.
Giampaolo Demontis
Le vostre poesie
Home Page