Tra i più rappresentativi membri della famiglia nel secolo XIV si ricordano:
Bernabò Doria, figlio di Branca, fu signore della Sardegna e capitano della Repubblica nel 1306. Governò Calvi in Corsica, investito dal re d’Aragona, dove mediò la pace fra aragonesi e pisani, dopo le lotte del 1314 per il dominio dell’isola.
Filippo Doria, fu ammiraglio e conquistò la fama di valoroso guerriero dopo la vittoria dl Negroponte, di cui scrisse una memoria nel 1350. Appese, come trofeo, le chiavi della città distrutta alle mura di Scio. Nel 1355 saccheggio Tripoli di Berberia, portando a Genova un ricco bottino e molti schiavi; il suo atto fu, tuttavia, biasimato dal governo della Repubblica.
Pagano Doria, fu un grande ammiraglio della Repubblica di Genova e partecipò giovanissimo alla battaglia della Meloria. Nel 1352, al comando di sessanta galee, vicino al castello di Galata affrontò la flotta dei veneziani, confederati con l’Imperatore dei Greci e comandati dall’ammiraglio Nicolò Pisani, sconfiggendoli dopo due giorni di aspri combattimenti e conseguendo uno splendido successo, ricordato come vittoria del “Bosforo Tracio”.
Il trionfo riportato sul mare da Pagano Doria, suscitò l’invidia della fazione guelfa, che non gli risparmiò ingiusti attacchi, provocando le sue dimissioni da ammiraglio della flotta genovese; al suo posto venne designato Antonio Grimaldi, il quale fu sdegnosamente dimesso dopo una clamorosa sconfitta patita nelle acque di porto Conte, in Sardegna, il 29 agosto 1353, combattendo contro i veneziani, alleati con Carlo IV di Spagna.
Il desiderio di rivincita portò i genovesi a scegliere nuovamente Pagano Doria come ammiraglio della loro flotta. Al comando di trentacinque galee, nel 1354, malgrado un precedente tentativo di pacificazione mediato da Francesco Petrarca, Pagano Doria assalì nuovamente la flotta veneta occupando e saccheggiando Parenzo.
La vittoria completa dei genovesi si concluse all’isola della Sapienza, presso Modone, con la partecipazione valorosa di Giovanni Doria, nipote e luogotenente di Pagano. Oltre quattromila furono le perdite dei veneziani, i quali subirono la totale distruzione del naviglio, formato da 36 galee, 5 grosse navi e molto naviglio minore.
Tra i 1500 prigionieri ci fu lo
stesso ammiraglio Nicolò Pisani, tradotto successivamente a Genova. Il Doge di
Venezia
Si ricorda che dopo la vittoria i genovesi trasferirono dalla basilica di Parenzo presso l’abbazia di San Matteo, i corpi dei martiri Mauro ed Eleuterio. Le reliquie dei due Santi furono restituite al tempio parentino il 23 luglio 1933. L’eroe del Bosforo e di Parenzo morì poco dopo la sua valorosa affermazione sul mare.
Pietro
Doria figlio di Luciano, fu ammiraglio
della flotta genovese durante l’assedio di Venezia nel 1379 e alla conquista
di Chioggia. Morì in combattimento, sconfitto da Donato Zeno.
Raffaele
Doria, fu l’ultimo Capitano del
Popolo. Venne eletto nel 1335, ma dopo quattro anni, nel ’39, si ritirò nel
suo castello vicino a Loano.
Aitone
Doria, detto “il re dei corsari”,
divenne ammiraglio del re di Francia intorno al 1330.
Dopo
il 1130, con l’istituzione del primo dogato ed il ritiro di Raffaele Doria nel
castello di Loano, l’influenza a Genova della famiglia sembrava diminuita.
Furono le clamorose vittorie di Pagano Doria, a Curzola e a Lesina nel 1354 ed
il suo ritorno in patria sventolando il grande stendardo di San Marco, portando
cinquemilaquattrocento prigionieri e ricevendo trionfi degni dell’antico
prestigio della famiglia, che riportarono i Doria ad un nuovo grado di
importanza e li fecero porre nuovamente tra le famiglie più in vista della città.
La rivincita dei veneziani, purtroppo, si abbatté su Pietro, che morendo in
battaglia fu risparmiato dal patire l’umiliazione della sconfitta.
Le
profonde delusioni seguite al raggiungimento del potere, fecero scegliere nel XV
secolo ai discendenti dei Doria sedi più tranquille, nei grandi feudi posseduti
in riviera, ricomparendo tuttavia in tentativi di opposizione al governo; ma il
nome della Repubblica fu sempre tenuto alto tra i discendenti di Oberto e Lamba,
che solcando mari con le loro galere inalberavano il vessillo della Repubblica.